Forno Fusorio di Livemmo

Situato in una stretta valle della Valsabbia, il Forno Fusorio di Livemmo rappresenta una delle più importanti testimonianze della tradizione metallurgica preindustriale del territorio bresciano. Attivo fin dal XVI secolo, sorgeva in una zona oggi considerata scomoda e difficile da raggiungere, ma che un tempo offriva elementi essenziali: acqua abbondante e boschi rigogliosi per alimentare il fuoco dei forni. 

Il forno smise l’attività nel 1848, come attestato da un rapporto del 1851, a causa del progressivo declino dell’industria siderurgica locale. Il ferro lavorato, estratto dalle miniere della Val Trompia e trasportato a dorso di mulo, veniva selezionato e trattato nelle fornaci chiamate “regane”, prima di essere fuso a Livemmo. Una tecnologia all’avanguardia per l’epoca, come descritta con stupore dallo storico Soldo, che ne sottolineava la capacità di funzionare grazie alla sola forza dell’acqua, senza mantici né ruote. 

Un prezioso recupero archeologico 

Nel luglio del 2004, una campagna di scavo ha portato alla luce i resti dell’antico impianto, tra cui il “cannecchio”, la macchina fusoria, rendendo possibile uno studio approfondito della struttura. Il ritrovamento ha un’importanza straordinaria per l’archeologia industriale lombarda: il Forno Fusorio di Livemmo è infatti uno dei pochi ancora leggibili nelle sue forme originarie, corrispondenti a quelle riportate negli statuti della Valle Sabbia del 1573. 

Oggi, il sito è un raro esempio di patrimonio industriale conservato nel tempo, simbolo della fatica, dell’ingegno e della capacità di adattamento delle comunità montane. Visitare il forno significa fare un salto nel passato produttivo della Valsabbia, tra natura selvaggia e memoria storica ancora viva.